Eccellente concerto del Quartetto Prometeo a Napoli. Interpretazioni intense ed originali.

Ci sarebbe molto da raccontare del concerto tenuto dal Quartetto Prometeo lo scorso 14 ottobre al Teatro delle Palme, per la sezione di recupero dei concerti della stagione 2019–20 dell’Associazione Alessandro Scarlatti. Partiamo innanzitutto dall’interessantissima scelta dei brani : il Quartetto n. 1 di Schumann, tutto intriso dei dubbi, degli slanci, delle arditezze di un compositore alle prese con il suo primo vero sforzo creativo in campo cameristico. Il “convitato di pietra” è Beethoven, come scrive intelligentemente Guido Barbieri, nelle belle note di sala. Ma c’è anche Haydn, nello slancio contrappuntistico e nella brillante combinazione delle parti dell’ultimo, entusiasmante, movimento. Il Prometeo suona Schumann con uno sguardo novecentesco, attento a soppesare bene gli equilibri tra gli strumenti, a non indulgere a facili sentimentalismi. Il secondo brano in programma è una prima assoluta del compositore irpino ma con carriera internazionale Gianvincenzo Cresta: Vento di Kadim è un brano ben strutturato, dove a una prima parte molto segmentata, e ricca di effetti sonori (suoni armonici, soffiati, effetti sul ponticello, tremoli) segue una seconda parte più lirica, costruita su una specie di basso ostinato condotto dal violoncello. Il percorso è coerente e interessante, spesso affascina l’ascoltatore, anche se qualche volta ci si perde un pò in un eccesso di idee che mette a repentaglio l’unitarietà del tutto. Il Quartetto n. 3 di Šostakovič, capolavoro postbellico (1946), che chiude la ricca serata, è un’opera monumentale, uno dei capolavori del compositore russo e forse del genere quartettistico in assoluto. Lo strano e quasi ghignante movimento iniziale (Allegretto), con il suo tema musicale da canzonetta o da circo, è interpretato dal Quartetto Prometeo in modo impeccabile: la frase iniziale, con tutte le sue successive metamorfosi, è scambiata tra i vari strumenti con perfetta sintonia articolatoria e suono tagliente al punto giusto. Il secondo tempo (Moderato con moto) vive nel dialogo serratissimo tra gli strumenti, che stavolta non sono più legati a un comune materiale musicale, ma espandono la loro individualità tematica. Nel terzo movimento (Allegro con moto) la forza interpretativa del Prometeo forse viene in luce con maggiore forza. L’intensità delle strappate omoritmiche di secondo violino, viola e violoncello su cui è costruito l’inizio del brano è una sorta di base monumentale su cui si appoggia l’intenso fraseggio del primo violino (Giulio Rovighi), intonatissimo, espressivo al massimo nel forgiare la frase : c’è teatralità e spirito drammatico in questa come in altre invenzioni musicali di Šostakovič. Come una marcia funebre procede il quarto tempo (Adagio), con il tema affidato a secondo violino, viola e violoncello all’unisono e il controcanto del primo violino, accompagnato dal secondo e dalla viola, tenue, quasi diafano, lamentoso. Anche qui il contrasto è reso con assoluta icasticità. Ma il tema tornerà sia in fortissimo affidato al primo violino che in una forma più frammentaria, alla fine del movimento, e sarà la viola (una splendida Danusha Waskiewicz) a renderlo con un afflato di disperata nostalgia. E qui il movimento potrebbe anche concludersi se non iniziasse un lunghissimo episodio dialogato, in cui fa la parte del leone il violoncello (ispirato Francesco Dillon), ora contrappuntistico ora danzante e canzonettistico, un’esplosione di fantasia irrefrenabile, che sembra non finire mai tanto è pieno di idee sempre nuove. Questo quarto movimento è talmente importante e denso musicalmente da far apparire meno significativo l’ultimo movimento (Moderato), il quale comincia con un temino popolaresco, molto simile a quello con cui si apriva il primo movimento. …


Grande concerto al Teatro delle Palme per l’Associazione Alessandro Scarlatti

Un viaggio di 70 minuti tra Bach, la musica popolare albanese, la tarantella barocca, il Fandango rivisto da Boccherini e poi da Sollima stesso, il tango e i balli sudamericani. Una carrellata di emozioni , suggellata anche da effetti a sorpresa, maracas legate all’archetto, colpi sulla cassa, pizzicati improvvisi. Giovanni Sollima suona il violoncello alla grande e da grande virtuoso, e suona tutto del violoncello: dalla cassa , al puntale. Aggredisce alle volte lo strumento, altre pronuncia impercettibili suoni nel silenzio della grande sala del Teatro delle Palme , lo scorso 7 ottobre, dove la Scarlatti è emigrata per realizzare al meglio il distanziamento del pubblico e dove ha allestito una nuova camera acustica, certamente di pregio, visto che non perdiamo nulla del suono di Sollima, fino agli effetti più sottili. Certo questo era un concerto da tutto esaurito , e, ovviamente, la sala presenta grandi vuoti a causa del distanziamento imposto dalle norme anti-covid. L’organizzazione, perfetta, applica scrupolosamente i protocolli: misurazione della temperatura, igienizzazione delle mani, posti distanziati e precisi avvisi scritti e audio. Ma veniamo al concerto. Sollima è ispiratissimo e convincente. Bach (Suite n. 1) fugge via con improvvisi scarti ma anche con leggerezza, il preludio è un gioiello di lavoro sull’arco e sull’articolazione , la corrente è più una danza popolare che un passo di corte. La Sarabanda proietta suoni nitidissimi e senza vibrato. …

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